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Trastevere nell’antichità e le testimonianze archeologiche nell’area di San Cosimato

di Romolo A. Staccioli, Università “La Sapienza”, Roma

Formato da tutti i territori urbanizzati “oltre Tevere” (Trans-Tiberim), tra la linea dei colli vaticano/gianicolensi e la sponda destra del fiume, il TRASTEVERE entrò ufficialmente a far parte di Roma con Augusto, alla fine del I secolo a.C. Esso costituì, infatti, l’ultima delle XIV Regiones in cui fu allora suddivisa la città, uscita dalle vecchie mura e ampliata ai nuovi “quartieri”. Sullo scorcio del III secolo d.C., con la costruzione delle Mura di Aureliano, si ridusse all’ ”angolo”, compreso entro le stesse mura, tra il vertice superiore della Porta Aurelia (poi San Pancrazio) e quelli inferiori della Porta Portuensis (quasi 500 metri oltre l’attuale Porta Portese) e del Ponte di Agrippa (presso l’odierno Ponte Sisto): ancora oggi il “nostro” Trastevere.

Sfruttato in origine come terreno coltivabile e percorso da due importanti vie, Salaria (vetus) e Campana (Portuensis), presso le quali si trovavano alcuni piccoli santuari suburbani, in epoca tardo repubblicana, era occupato, sulle alture e lungo le rive del Tevere, da giardini e da ville. Poi, in età imperiale, col grande sviluppo del porto dell’Emporium che, nato sulla sponda sinistra del fiume, a partire dal II secolo a.C., s’era esteso anche sulla riva trasteverina, fu progressivamente “invaso” da colonie di immigrati, specialmente orientali (e, tra questi, dalla prima comunità ebraica di Roma), impiegati in diversi tipi di impianti manifatturieri (fornaci e fabbriche di ceramiche e di laterizi, concerie, molini ad acqua sul Tevere) e nelle tante attività legate agli impianti portuali e ai grandi magazzini, specialmente annonari (horrea), che vi si estesero come ampliamento di quelli della sponda sinistra. Impianti che, addensati lungo l’asse della via Portuensis, arrivarono a toccare la zona odierna di San Cosimato, sia nel settore d’angolo tra il viale di Trastevere e la via Morosini sia nel settore corrispondente al chiostro di Sisto IV, come indicato da alcuni importanti frammenti della “pianta marmorea di Roma” (cd. Forma Urbis) dell’età severiana. Nelle immediate vicinanze (dove oggi si trova il Palazzo degli Esami), un grande edificio costituito da due lunghi e stretti cortili affiancati e contornati da file regolari di ambienti, potrebbe essere stato un horreum, sebbene qualcuno pensi di riconoscervi invece i Castra Ravennatium, la caserma dei marinai della flotta pretoria di Ravenna addetti (in alternanza con quelli di Miseno) alle manovre per il “velario” del Colosseo, che le fonti letterarie localizzano nella zona.

Ad ovest di San Cosimato (dove si trova oggi il Ministero della P.I. e verso la piazza Ippolito Nievo), è assai probabile che si trovasse il grande bacino, alimentato dall’Acquedotto Alsietino, fatto scavare da Augusto per gli spettacoli di battaglie navali, noto come Naumachia Augusti. Inaugurato nel 2 a.C. ma abbandonato tra il II e il III secolo d.C. il suo invaso dovette essere variamente occupato e infine attraversato dalle Mura Aureliane. Nella stessa zona, ma più all’interno e sulle pendici del Gianicolo, si estendeva il “Bosco dei Cesari” (Nemus Caesarum), realizzato pure da Augusto nell’ambito di quelli che erano stati i “Giardini” di Giulio Cesare (Horti Caesaris).

Quanto alle testimonianze archeologiche, due ritrovamenti, della fine dell’Ottocento, ci portano direttamente al sito di San Cosimato. Un mosaico pavimentale, scoperto “nel giardino interno annesso all’ospizio”, a una profondità di m. 5,60, e databile al II secolo a.C., fa pensare all’esistenza nel luogo di una di quelle dimore signorili che caratterizzarono il Trastevere in epoca tardo repubblicana. Un secondo mosaico pavimentale, scoperto alla profondità di m. 1,60 (insieme ad altri di minore rilevanza) presso il chiostro medievale, con raffigurazioni in bianco e nero di soggetto “marino”, databile tra la fine del secolo III e gli inizi del IV d.C., ha condotto gli studiosi a un’ipotesi circostanziata. L’identificazione di quello che – anche per via della grande vasca di granito grigio utilizzata come fontana nel cortile davanti alla chiesa – si presenta come un impianto termale d’una certa importanza con il Balineum Ampelidis, menzionato dalle fonti e documentato ancora da un frammento della Forma Urbis. La sequenza delle citazioni di monumenti nei “Cataloghi Regionari” del IV secolo, che porta alla localizzazione del Balineum tra il Gianicolo e San Cosimato autorizza – sia pure in via ipotetica – a ritenere che il complesso di San Cosimato sia sorto al posto di quell’antico stabilimento termale.